27 maggio

Turkmenbasy (Turkmenistan)   (3929)

 

Questa notte, tutto sommato, non si è dormito male, anche se tutti abbiamo usato i sacchiletto viste le condizioni delle cabine. Traversata tranquilla con mare dolcissimo. Il blu diviene gradualmente verde smeraldo a mano a mano che ci avviciniamo a Turkmenbasy (o Turkmenbashi). Siamo gli unici passeggeri di questa immensa nave, di nome Titanic, che nella pancia porta 40 vagoni ferroviari. Colazione all'aperto, sul ponte, con le nostre riserve di miele, marmellata, nutella e fette biscottate.

Poi facciamo un po' di crociera, prendiamo il sole, bighelloniamo. Verso le 14 entriamo nelle cucine e ci facciamo preparare una spaghettata. Il sole ora picchia forte e cerchiamo l'ombra. Siamo al porto di Turkmenbasy verso le 16.40 (più di venti ore di traversata) ma dobbiamo attendere un bel po' prima di poter scendere. Sapevamo che da qui comincia una realtà diversa e l'abbiamo sperimentato alla dogana. Le formalità burocratiche sono estenuanti, tanto che ce la caviamo solo quando il sole è tramontato. Tra le curiosità: han fatto aprire i borsoni con i vestiti da ciclismo a tutti, tirare fuori tutto, dalle magliette pulite alle mutande sporche, dalle scarpe alle creme dopo sole, più per abitudine e curiosità forse, che per dovere, perché di ogni cosa strana han chiesto la funzione. Abbiamo compilato in doppia copia un paio di moduli ...... e abbiamo avuto tanta pazienza. Con quattro magliette regalate ai doganieri, alla fine ci hanno fatto passare. Il sole ormai sta tramontando e i colori di tutto l'ambiente son quelli tipici del deserto.Già arrivando nel porto la città nello sfondo brullo, i contrasti, il sole, la montagna completamente senza vegetazione danno l'idea precisa che qui abbiamo cambiato mondo. Anche i tratti delle persone sono già asiatici. Il Turkmenistan strizza l'occhio all'Iran e all'Afghanistan più che all'Occidente, tant'è che la via della Cina sta cambiando rotte: dal porto di Baku sempre più navi vanno verso i porti del Kazakistan, per poi portarsi direttamente ad  Almaty e in Cina, senza dover passare per Turkmenistan e Uzbekistan. Ed è ovvio, visti i costi dei traghetti e le difficoltà burocratiche che si incontrano.

Anche noi da soli, forse, avremo trovato difficoltà a capire come fare lo sdoganamento. Per fortuna, come ieri a Baku con Sergio Purin, qui l'Amado Company ha mandato tre ragazzi con due auto che ci danno una mano. Però i bagagli ce li dobbiamo trasportare tutti noi, con l'aiuto di un carrettino preso a prrestito lì in dogana. Un camioncino ce li porta in città,mentre noi seguiamo le auto in bici. E' buio ormai, come la sera in cui siamo entrati in Georgia, ma è un buio strano, è una serata da deserto. L'hotel che ci alloggia è il peggiore finora incontrato. E' un bordello, dove abitano anche tipi strani, dove le stanze vengono prese a ore, dove non c'è acqua dopo le 22, doccia, dove l'odore di urina è penetrante. Il tutto per 20 dollari. Pazzesco!

Anche stasera andiamo a letto con i nostri sacchi.

Ci dicono che siamo tre ore avanti rispetto all'Italia, non quattro come pensavamo. A domani la verifica.

Segnale GSM zero, linee telefoniche zero (almeno in questo bordello). Riusciamo a telefonare con il satellitare. E' iniziata la terza fase del viaggio, quella denominata "Profumi d'Asia".