15 maggio, martedì

 

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Samsun - Ordu di km. 172   (totali: 2871)

 

Concludevo ieri sera dicendo che un po' di sole lo meriteremmo. Evidentemente, invece, stiamo pagando qualche colpa ciclistica atavica perché il maltempo non ci dà tregua.

Pioggia stanotte, pioggia stamattina, quando ci alziamo, presto perché la tappa si annuncia impegnativa. Colazione alle sette e alle 7.30 siamo pronti. Ma manca Ibrahim, il nostro autista: è da ieri alle 16 che non lo vediamo e non sappiamo dove sia andato a dormire. Non è rimasto al centro sportivo con noi e le malelingue insinuano che i suoi 24 anni hanno bisogno di ben altra compagnia, diversa dalla nostra "ciclistica". Alle 8.15 arriva con calma, assieme alla polizia  di scorta con cui si era accordato, a nostra insaputa, per quell'ora. Ci seguirà per tutta la tappa anche un'ambulanza.

Ieri, dopo cena, abbiamo fatto il punto della situazione, dopo tre settimane. Abbiamo parlato dell'attenzione che dobbiamo avere sulla strada, dei problemi avuti e di quelli eventuali futuri, della divisione dei compiti e degli impegni che  la spedizione comporta.

Il mio mal di schiena ha avuto il sopravvento sulla voglia di pedalare: erano sei mesi che mi mancava, ma è arrivato, puntuale come la morte. Assisterò i ciclisti dal furgone, con Enzo.

Solo alle 8.30 possiamo partire e ci rendiamo conto che la strada è molto diversa, ora. Stanno ricostruendola completamente, due carreggiate e quattro corsie, ma, intanto, quella che c'è è stretta e piena di buche, peggio di quelle trovate in Serbia. Per fortuna il vento è a favore e, nonostante la pioggia, si può procedere a 27-28 km/h.

Alla prima sosta  i volti dei ciclisti sono maschere di fango. Anche le mani sono infangate e così, ingurgitando avidamente una marmellatina e un pezzo di crostata i ragazzi si mangiano anche  un po' di terra. Hanno percorso 44  km, attraversando una penisoletta sul Mar Nero, prima di rincontrarne le sponde che seguiranno fino a Ordu. Si costeggia ora il mare, a non più di cinquanta metri, un  po' come avviene lungo l'Adriatica nelle Marche e in Abruzzo, mare non invitante, scuro naturalmente, con ampie chiazze color fango in corrispondenza della foce dei numerosi fiumiciattoli che scendono gonfi dalle montagne a sud. La strada è comunque piatta, non ci sono  le temute rampe che ci attendevamo. Alcuni strappi cominciano subito dopo Fatsa e continuano per una ventina di km, contornando il promontorio che conduce prima a Persembe poi a Ordu. Il paesaggio è simile, qui, al  lungomare ligure, dove la montagna strapiomba spesso sul mare e la strada trova un varco un po' all'interno riaffacciandosi subito dopo sul mare, in un alternarsi di salite e discese.

La sosta "pranzo" la facciamo alla stazione dei dolmus di Fatsa (otogar), dove uno stuolo di curiosi si avvicina alle bici, al furgone, a noi che prepariamo i panini con il crudo "Brunello" e con pezzettini di grana padano. L'ormai consueto tè turco alla "cafeterya" della stazione chiude la breve sosta. E i ciclisti sono subito in sella per l'ultima fatica. La strada ora è asciutta, non piove. Solita accoglienza all'ingresso della città (TV, fotografi) con l'unica variante della  corona di fiori al collo di Giovanni (come nella Marcialonga) al posto dei mazzi di fiori di Samsun.

Ordu, 120 mila abitanti, un interminabile lungomare lungo il quale è sorto il centro sportivo che ci ospiterà. Dalla finestra della stanza quasi tocchiamo il mare, nero naturalmente, dal quale ci separa una stretta striscia di spiaggia incolta. In camera non c'è neanche una presa di corrente. Dovremo accontentarci  della batteria del PC per preparare il diario, e del nostro GSM che, grazie a TIM, ci permette l'aggiornamento del sito anche in queste situazioni di assenza della linea telefonica fissa.

Il medico dell'ambulanza, vedendo che oggi non ho pedalato, mi ha chiesto il perché. Poi mi ha controllato la schiena, mi ha fatto un'iniezione, e ha mandato a chiamare un massaggiatore. Dopo dieci minuti ecco arrivare uno che si vede subito dalla faccia essere il tipico massaggiatore turco. Ci sa fare, però; mi "malmena" per quasi mezz'ora, mi lascia cinque pastiglie e se ne va. Domani vedremo l'effetto.

 

Che il sole sia con noi.

 

Il punto tecnico

 

Partenza alle 8.30, arrivo alle 16.15.

La strada principale della costa è abbastanza trafficata e con molte buche profonde. L'asfalto è molto "granulare" e dà fastidio anche senza buche. Contrariamente a quanto si temeva non ci sono molte e corte rampe seguite da ripide discese (ciò avviene nella prima parte della costa del Mar Nero, da Sile a Sinop, tratto che abbiamo evitato scegliendo la strada interna, D 100, per Bolu). La strada corre invece abbastanza piatta, lungo la costa, e solo per una ventina di km, da Fatsa a Persembe, presenta qualche breve strappo. Poi torna piatta  fino ad Ordu.

 

Ore effettive di corsa 7,  media 25 km/h circa

Km. percorsi 172

Km. totali 2871

 

Il punto del fotografo

 

"La Turchia è un paese quasi sempre soleggiato...".

 Così recita un depliant turistico da me consultato prima della partenza per questa avventura. Non avrei mai pensato che mi sarebbe toccato il "quasi" per tutta la durata del soggiorno itinerante con "Ponti di Pace".

Sono dieci giorni di viaggio e nove li ho trascorsi con la pioggia ed il brutto tempo. Nonostante questo spero che le immagini proposte diano a tutti voi il senso di questo nostro girovagare.

Siamo da ieri sera sulle sponde del mar Nero e dalla finestra della mia camera vedo le onde accavallarsi sotto un cielo nuvoloso che non promette nulla di buono. Speriamo di non perdere la "Trebisonda" che domani ci attende. L'immagine che stasera vi propongo a proposito del Mar Nero corrisponde all'idea del come si presenta in questo momento davanti ai miei occhi. Notte profonda sul Mar Nero!

Ma stasera vorrei anche raccontarvi della splendide sensazioni provate nell'attraversamento dei Monti del Ponto e dei magnifici paesaggi attraversati. Mi hanno ricordato le campagne della Puglia che tanto  incantavano noi fotografi di una certa età, ma qui tutto è esaltato all'ennesima potenza. Un vero e proprio godimento per lo spirito e per gli occhi. Qualcosa di veramente indimenticabile.

Per quanto riguarda il mio stare insieme con il gruppo ciclistico posso dire che, a parte l'amicizia che ci lega, non esiste collimazione tra l'andare del corridore e le esigenze del fotografo; infatti l’esperienza mi insegna che è il "cavallo di S. Francesco" il mezzo più idoneo  dell'andare del fotografo.

A domani la continuazione di queste mie riflessioni.